Il patto.

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Il patto.

Messaggio Da Fast il Lun Ott 19 2009, 18:00

A Palermo sarà interrogato Luciano Violante, a conoscenza della trattativa fra Stato e mafia (è già stato ascoltato dai Pm il 23 luglio sui suoi rapporti con Vito Ciancimino) indirettamente rispolvera vecchi interrogativi sul ruolo oscuro ricoperto dalla sinistra prima delle stragi del ’92. L’ex presidente della commissione Antimafia che fra 24 ore sfilerà all’udienza del processo sui presunti favoritismi del Ros al boss Provenzano, dovrà spiegare perché con 17 anni di ritardo s’è ricordato improvvisamente di quella «trattativa». E dovrà spiegare molto altro: ad esempio, perché ha affermato il falso sulle «sole tre volte» in cui incontrò il generale Mori (sarebbero molte di più); perché ha detto di non aver mai voluto avere a che fare con Ciancimino, quando agli atti della commissione si scopre che proprio lui suggerì di ascoltare l’ex sindaco di Palermo che ne aveva fatto richiesta; perché poi non l’ha più ascoltato in coincidenza con le dichiarazioni del politico siciliano che aprivano squarci sulla sinistra locale e nazionale; perché, dunque, ha detto che Mori voleva farlo incontrare a tu per tu con Ciancimino, quando così non era. E perché non andò lui dai magistrati e denunciare l’esistenza di una trattativa segreta gestita dal generale Mori, anziché scaricare la colpa su Mori che non avrebbe dato seguito alle sue sollecitazioni di avvertire subito i Pm di Palermo.
Gli interrogativi crescono allorché si vanno a rileggere le dichiarazioni dei due Ciancimino, padre e figlio. Entrambi sostengono che Totò Riina «aveva le spalle guardate» o «coperte», come confermano fior di pentiti, da Cangemi a Brusca fino a Giuffrè, allorché parlano dell’esistenza di «referenti istituzionali» che trattavano esclusivamente con Riina prima delle bombe, anche se loro non sanno chi diavolo siano. Prendete Giovanni Brusca, quello che ebbe la malaugurata idea di rivelare il suo incontro con Luciano Violante sul volo Roma-Palermo e che poi, fra mille polemiche che gli costarono lo status di pentito, ritrattò (il suo avvocato finì addirittura sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa!). Al processo Dell’Utri se ne è uscito così: via via che facevamo le stragi da Capaci a via d’Amelio, fino alle stragi del ’93, «la sinistra sapeva». Per capire chi siano coloro i quali, a livello più alto, «avevano interesse a sbalzare di sella chi comandava» (copyright Brusca e Cangemi) si sarebbe dovuto indagare sulla «trattativa pre-stragi» che consentiva a Riina di piazzare tritolo avendo le «spalle coperte». L’indagine non s’è fatta forse perché non portava a Berlusconi, il quale oltre a non avere interesse a far sbalzare di sella il «Caf» che a quei tempi comandava (Craxi era suo amico), da Cosa nostra era minacciato - al contrario delle coop rosse che in quel periodo facevano affari a Bagheria per decisione di Provenzano - con estorsioni alla Standa e attentati alle antenne di famiglia. Sempre Brusca ha riferito che la mafia aveva chiesto a Berlusconi di risolvere i loro problemi e di non preoccuparsi dei suoi avversari che non lo potevano tenere sotto schiaffo perché «non possono far finta di cadere dalle nuvole in quanto ci sono di mezzo anche loro». Tutto ciò accadeva, ripetiamo, in anni in cui Riina aveva le «spalle coperte» sulle bombe che portarono al disfacimento del «Caf», all’elezione di Scalfaro al posto di Andreotti, a quella di Napolitano alla presidenza della Camera, all’avvio di una nuova stagione politica che però abortì per la nascita, e la vittoria al voto, di Forza Italia
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